Grata di vederti qui, mi presento
Sono Monica Maragno, biologa nutrizionista clinica e mindfulness counselor.
Lavoro con persone che convivono con insulino-resistenza, diabete, infiammazione cronica di basso grado e altre condizioni metaboliche e croniche, accompagnandole a costruire salute ed equilibrio attraverso un approccio scientifico, integrato e profondamente umano.
Questa non è una pagina “Chi sono” tradizionale.
È il racconto di un percorso, di scelte, di cambiamenti profondi,
che ti faranno capire davvero come lavoro e perché puoi prenderti il tempo di restare.
Se il tempo è poco però, lo capisco, ti basta scorrere fino alla fine della pagina e prenotare un appuntamento.


Quando la curiosità viene prima delle parole
La mia storia comincia molto presto, in modo silenzioso e apparentemente semplice.
Da bambina passavo gran parte dei pomeriggi con mia nonna Maria. Vivevamo nello stesso palazzo, pochi piani di distanza dai miei genitori, ma quel secondo piano era il mio mondo.
Con lei stavo spesso da sola, in compagnia dei libri.
Non sapevo ancora leggere, ma ricordo perfettamente il desiderio fortissimo di avere tra le mani libri illustrati sul corpo umano, sulla scienza, sulla natura. Li sfogliavo lentamente, guardavo le immagini, cercavo di capire come funzionassero le cose.
All’asilo questa curiosità aveva già preso una forma molto chiara. A cinque anni avevo appeso al muro uno schema con il disegno del corpo di un’ape, e spiegavo ai miei compagni come funzionava. Non lo facevo per stupire, ma perché sentivo che capire e raccontare erano già due cose inseparabili.
Qualche anno dopo, in quinta elementare, è arrivato il primo regalo che ho desiderato davvero: un microscopio. Era un giocattolo, certo, ma per me rappresentava molto altro.
Era la possibilità di guardare più da vicino, di entrare nelle cose, di scoprire ciò che non si vede a occhio nudo. Quel gesto – osservare, comprendere, dare senso – è rimasto con me da allora.
La fatica invisibile e il bisogno di senso
Dopo il liceo linguistico mi sono iscritta a Biologia.
In quegli anni è entrata nella mia vita anche la filosofia, grazie a una relazione importante, che mi ha fatto scoprire quanto matematica, natura e pensiero siano in realtà profondamente intrecciati. È stato allora che ho iniziato a intuire che la scienza non è solo rigore, ma anche ricerca di senso.
Il percorso universitario, però, non è stato semplice.
In quegli anni non si parlava ancora di DSA, e la mia discalculia non aveva un nome. C’era solo la sensazione costante di dover fare più fatica degli altri, soprattutto davanti ai numeri. Ho studiato molto, spesso più degli altri, con momenti di paura e di dubbio.
Quella difficoltà mi ha insegnato qualcosa che ancora oggi mi accompagna: la perseveranza, il rigore, la capacità di trovare il mio modo di capire e di tenere insieme i pezzi.


Il corpo vulnerabile, prima ancora di saperlo
Mi sono laureata a pieni voti con una tesi sperimentale sui possibili meccanismi che sottendono al manifestarsi della spondilite anchilosante in soggetti geneticamente predisposti. Era già, senza che ne fossi pienamente consapevole, un primo incontro profondo con il tema dell’autoimmunità e della vulnerabilità del corpo.
Dopo la laurea sono entrata nel mondo della ricerca. Era un ambiente che amavo, ma segnato da grande incertezza. Ho lavorato con passione e dedizione, finché non ho sentito il bisogno di una stabilità che mi permettesse di costruire il mio futuro.
Ho fatto allora una scelta che oggi riconosco come molto mia: avrei inviato un solo curriculum, soltanto uno. Se non fossi stata presa sarei rimasta dov'ero, altrimenti avrei cambiato strada. Così è stato.
E io ho cambiato strada.
Quando la scienza smette di bastare
Dopo la ricerca ho lavorato per otto anni in una multinazionale del farmaco. All’inizio come informatore scientifico, in un ruolo che nei fatti era soprattutto vendita. Non era ciò che sentivo di essere.
Anche passando a un ruolo di formazione, la domanda tornava sempre più insistente: che fine fa la scienza, e soprattutto l’onestà intellettuale, quando ti viene chiesto di mostrarne solo una parte?
Sentivo di essermi allontanata da ciò che per me aveva sempre contato davvero: comprendere, approfondire, tenere insieme la complessità.
Da quell’esperienza ho comunque imparato a conoscere a fondo il mondo dei farmaci e i suoi meccanismi. Allora non lo sapevo, ma quella conoscenza si sarebbe rivelata fondamentale nel lavoro clinico e nel dialogo con pazienti complessi.

Ricostruire con rigore: nutrizione e clinica
A poco a poco mi sono disamorata. Ed è stato allora che ho iniziato a interessarmi sempre di più alla nutrizione e al suo ruolo nel mantenersi sani.
Leggevo i primi grandi studi e ritrovavo finalmente una scienza applicata alla vita reale.
Quella curiosità è diventata decisione. Poco prima di Natale mi sono licenziata. Una scelta che sconvolse mia madre, ma che per me era l’unico modo possibile di restare coerente.
Ho deciso che, se dovevo cambiare strada, lo avrei fatto con lo stesso rigore di sempre. Per questo mi sono formata attraverso il Master Internazionale di II livello in Nutrizione e Dietetica presso l’Università Politecnica delle Marche, un percorso di due anni intenso e clinicamente solido. In parallelo ho conseguito il Master in Nutrizione e Dietetica Vegetariana, sempre presso la stessa università, approfondendo l’approccio vegetale come strumento clinico, non ideologico.
A questa formazione si sono aggiunti ulteriori corsi di specializzazione organizzati dalla Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, con un focus specifico su gravidanza, allattamento e infanzia, ambiti che richiedono particolare cautela e responsabilità.
Ogni scelta formativa rispondeva allo stesso principio: non improvvisare, non semplificare, essere all’altezza della complessità delle persone che avrei incontrato.

Stare accanto, davvero
Con il tempo è successa una cosa che allora non avevo previsto, ma che ha cambiato profondamente il mio percorso.
I medici del territorio hanno iniziato a vedere i risultati del lavoro sui loro pazienti. Le persone stavano meglio, aderivano ai percorsi, trovavano un equilibrio più stabile. Piano piano hanno iniziato a conoscermi, a fidarsi, e a inviarmi pazienti sempre più complessi, con patologie importanti.
È stato in quel momento che ho sentito con chiarezza una nuova responsabilità.
Non potevo limitarmi a ciò che già sapevo. Quelle storie, quei corpi, quelle fragilità mi chiedevano un livello di competenza ancora più profondo.
Così ho deciso di approfondire sempre di più la nutrizione clinica, studiando, formandomi, confrontandomi con casi complessi reali, giorno dopo giorno.
Da lì il passaggio verso l’oncologia nutrizionale è stato naturale. Non come specializzazione di prestigio, ma come risposta concreta a ciò che incontravo nella pratica: persone che affrontavano la malattia, terapie invasive, cambiamenti profondi del corpo e dell’identità.

Ho seguito il corso ABNI – Alimentazione e Tumori, ed è lì che ho incontrato il professor Franco Berrino e la professoressa Anna Villarini. In particolare, la professoressa Villarini ha scelto di volermi con sé nel suo ambulatorio di nutrizione oncologica a Perugia, dove l'ho affiancata per due anni.
Quegli anni sono stati una scuola enorme, non solo dal punto di vista clinico. Ho imparato a lavorare con bisogni diversi, con corpi segnati dalle terapie, con sintomi che cambiano nel tempo. Ho compreso sempre di più anche le necessità umane dei pazienti e dei loro familiari, spesso spaesati e carichi di responsabilità.
Per questo ho deciso di formarmi anche a Cascina Rosa, presso l’Istituto dei Tumori di Milano, seguendo due corsi di cucina dedicati alla prevenzione oncologica e al paziente oncologico.
Volevo strumenti concreti, quotidiani, capaci di aiutare le persone a mantenere una normalità possibile, anche nei momenti di festa.
Il crollo
Prima di tutto questo, il mio corpo era anche altro.
Era movimento, forza, coordinazione, fiducia. Lo sport ha avuto un ruolo centrale nella mia vita, non come passatempo ma come linguaggio identitario. Da atleta agonista, il pattinaggio è stato per anni una presenza costante, condivisa con mio marito e mia figlia. Accanto al pattinaggio c’era da sempre anche il free climbing: salire lungo la parete era una danza, un dialogo silenzioso fatto di equilibrio, attenzione, conoscenza e rispetto del limite.
In quegli anni il mio corpo era casa.
Poi ha smesso di esserlo.
È arrivata una malattia che, quando è stata scoperta, era già in stato avanzato e che mi ha improvvisamente impedito di muovermi. Quattro anni dopo sono arrivati due interventi chirurgici importanti. In mezzo, l’attesa, l’incertezza, la necessità di rinegoziare ogni gesto, ogni identità.
È lì che è arrivata una domanda semplice e devastante: chi sono io, se non posso più fare ciò che mi definiva?

È stato in quel vuoto che ho incontrato la mindfulness.
Con una formazione scientifica rigorosa alle spalle, ero inizialmente distante da ciò che allora percepivo come vagamente esoterico. Mi ci sono avvicinata per i miei pazienti, non per me, seguendo studi che documentavano benefici concreti nella riduzione dello stress e nel miglioramento di parametri clinici in condizioni come diabete, cancro e dolore cronico.
Ho iniziato con uno sguardo scettico ma curioso, sperimentando su di me il protocollo MBSR e poi approfondendo con il Master “Mindfulness: pratica, clinica e neuroscienze” presso l’Università La Sapienza di Roma.
Durante un intensivo ho vissuto un’esperienza che ha segnato uno spartiacque netto: il dolore c’era, ma non faceva più male. In quel momento ho capito che funzionava davvero. E che non puoi aiutare gli altri se prima non hai fatto un lavoro profondo su te stesso.
Da lì è iniziato un percorso in cui la Deep Mindfulness è diventata lo strumento centrale: un approccio transpersonale che indaga il modo in cui stiamo nel mondo, il rapporto con l’identità, il cambiamento, la perdita. Un lavoro esigente su di me, che mi ha portata a formarmi come mindfulness counselor, a svolgere il tirocinio nel metodo Breaters e ad accreditarmi come facilitatrice Breaters nella gestione della fame emotiva.
Un percorso formalmente durato tre anni, ma che sento non terminerà per tutta la vita.
COSA POSSO FARE OGGI PER TE
Oggi il mio approccio per aiutarti a ritrovare fiducia nel tuo corpo e sicurezza col cibo, nasce da tutto questo.
Dalla scienza, dalla clinica, dall’esperienza.
Ma anche dall’aver abitato il corpo quando ha smesso di funzionare come prima.
Accompagno persone che, per una diagnosi, una malattia, una condizione cronica o un rapporto complesso con il cibo, si trovano a dover rinegoziare il proprio modo di stare nel corpo e nella vita. Non lavoro per aggiustare le persone, ma perché possano costruire una relazione possibile, abitabile e onesta con ciò che sono oggi.
La nutrizione, per me, non è mai solo nutrizione.
È uno strumento potente, ma non sufficiente da solo. Funziona quando è integrato a un lavoro più profondo sullo stress, sulla consapevolezza, sul modo in cui ci relazioniamo al dolore, alla paura, al controllo.

Non credo che si stia meglio perché si dimagrisce.
Credo che, spesso, si dimagrisca quando si impara a stare meglio.
Non credo nella disciplina come unica risposta.
Credo in una relazione più gentile, più vera, più responsabile con se stessi.
Se stai attraversando un momento in cui il tuo corpo ti sembra un nemico, se senti di aver perso un equilibrio che prima ti definiva, oppure se senti il bisogno di prenderti cura di te prima che il corpo sia costretto a chiedertelo, se cerchi un approccio che non prometta soluzioni facili ma possibilità reali, sei nel posto giusto.
Se invece cerchi scorciatoie, risposte rapide o formule standard, probabilmente no.
E va bene così.




